domenica 16 novembre 2014

"Non è che sono razzista, ma..."



Ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione, e intesa, con discriminazioni e persecuzioni contro di queste, e persino con il genocidio, a conservare la «purezza» e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore.
Ok, se questa è la definizione di razzismo (ed è effettivamente la definizione tratta da un vocabolario) credo che poche persone possano definirsi effettivamente razziste. E, francamente, quelle poche non meritano una riga in più da parte del sottoscritto.
Eppure non può essere così semplice. L’eco degli scontri di Tor Sapienza come di mille altri episodi amplificati, urlati, sbraitati sugli organi di stampa non è ancora completamente cessato.
E mi viene da chiedermi se ci sia di più. 


E, quindi, se alla domanda “tu sei razzista?” sia semplice, persino ovvio, rispondere “no, assolutamente”. Perché difficilmente una domanda complessa ha una risposta semplice ed univoca.

Dubbio rafforzato dalle tante persone che cominciano bene “non è che sono razzista” e finiscono male “… ma …”. Iniziando a quel punto un ragionamento auto assolutorio tanto caro al genere umano che porta, inevitabilmente, a gravare altri di responsabilità che potrebbero essere proprie.

Non ho pretese né di produrre trattati né le capacità per elaborare teorie che possano essere più o meno valide. Mi limito a tradurre sensazioni, a riportare sulla carta ragionamenti che, in una piovosa serata di novembre, decido di acchiappare e trascinare sopra una pagina.

Spesso, per esempio, mi sono trovato a chiedermi cosa sia quella diffidenza, quell’inquietudine che accompagna le passeggiate che mi conducono dal retro della stazione della mia città sino al posto dove ho parcheggiato l’automobile.

Oppure le sensazioni che mi colpiscono quando mi capita di camminare in mezzo ad un gruppo di persone che parla una lingua che non conosco. L’incertezza, l’imbarazzo che accompagna i miei passi quando devo intrufolarmi in un gruppo di persone che chiacchiera sul marciapiede.

Non sono sensazioni nuove. Ma, devo ammetterlo, non mi piacciono. Le ho già provata all’estero (ma anche a Palermo così come davanti ad un’osteria in montagna): quando entri in un locale pubblico e davanti c’è una sorta di tappo umano. E’ come se fosse un segnale per dirti “Che ci fai qui?”. O, senza pretesa di generalizzare, questa è la mia interpretazione di quella situazione. Oppure è simile alla sensazione che i ragazzini spietati sono soliti impartire all’ultimo arrivato: il gruppo già composto si volta a guardarlo magari lasciandosi scappare una battuta.

E poi c’è il buio. Ho sempre avuto paura del buio da piccolo. Ricordo che a casa di mia nonna, sufficientemente grande perché potesse capitare di trovarsi da solo in qualche stanza, quando spegnevo l’ultima luce prima di abbandonare la camera cominciavo a correre verso il primo ambiente in cui vi fosse qualcuno o vi fosse almeno una luce accesa.

Ecco allora che il buio, i gruppetti di persone che parlano un’altra lingua, le notizie urlate enfatizzanti episodi spiacevoli accaduti in certe zone della città mi portano a stringere con una forza decisamente superiore a quella necessaria il manico della valigetta mentre la mia andatura si fa adolescenzialmente arrogante.

Come a dire “Non temo nulla: sono alto, forte e muscoloso”.

Forse si tratta dell’istinto che ci ricorda che siamo animali. Animali che fiutano un possibile pericolo e si spaventano.

In fin dei conti, probabilmente, si tratta solo di paura. Del diverso, dell'imbarazzo, per sé stessi.
Paura.

Sta a noi accendere il cervello e non trasformarla in qualcos’altro.

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